martedì 31 marzo 2015

Problemi con L'UE per Caio

La Ue ferma le Poste.


Guai in vista per la privatizzazione delle Poste, uno dei pilastri del piano con il quale Renzi e Padoan - insieme alla dismissione di quote di Enel, Fs ed Enav - puntano ad incassare 10 miliardi per risanare i conti pubblici. Solo due giorni fa l’Autorità per le Comunicazioni (Agcom) ha dato il via libera alla riforma proposta dall’amministratore delegato di Poste Italiane Francesco Caio, ma da Bruxelles è già arrivata una lettera che mette in dubbio la legalità di uno dei suoi tasselli: il taglio della consegna della posta.
FRANCESCO CAIO ALESSANDRO PROFUMO

Lettere e cartoline secondo il nuovo piano non verranno più recapitate tutti i giorni, come il servizio universale ha sempre previsto, ma ogni quarantotto ore sul 25% del territorio. Una misura giustificata dall’ad con la necessità di risparmiare su un servizio che, anche a causa dell’avvento delle e-mail, ha provocato alle Poste un calo dei ricavi di 300 milioni di euro.

La sforbiciata - insieme al taglio di 455 sportelli e all’aumento delle tariffe - è uno dei punti cardine del piano di risparmi messo nero su bianco da Caio per aggiustare i conti di Poste in vista della privatizzazione. Lo ha spiegato direttamente Caio in un’intervista pubblicata lo scorso venerdì dal Sole 24 Ore, lo stesso giorno in cui è arrivato il via libera dell’Agcom: la riforma del «settore recapiti è essenziale non solo per la privatizzazione, ma per la sostenibilità del business », ha affermato l’amministratore delegato.
Francesco Caio

Ebbene, la decisione di non portare più la posta in 4mila comuni italiani, escludendo dal servizio quotidiano circa 15 milioni di italiani, a Bruxelles non piaceaffatto. E la Commissione europea lo ha fatto sapere all’Agcom esattamente un giorno prima che questa approvasse (con la sola astensione del consigliere Antonio Preto) la misura dando il via alla consultazione pubblica di 30 giorni al termine del quale, se non ci saranno intoppi, il piano entrerebbe in vigore.

Ma difficilmente tutto andrà liscio, con l’esecutivo comunitario che ha scritto chiaramente che se il servizio giornaliero non sarà ripristinato l’Italia, e dunque le Poste, andranno incontro a una procedura di infrazione europea per violazione della Direttiva sui Servizi Postali. Un intralcio difficilmente superabile per Caio, determinato a quotare le Poste entro il 2015.

«Il servizio di posta universale - ricorda la Commissione europea nella lettera indirizzata all’Agcom - garantisce una consegna all’abitazione o alla sede di ogni persona naturale o giuridica ogni giorno lavorativo». Un obbligo, sottolinea Bruxelles, confermato nel 2008 quando le email avevano già impattato sul business postale proprio perché non si tratta di un servizio di mercato ma di un obbligo universale necessario «a garantire il diritto alla comunicazione tra cittadini e per assicurare la coesione sociale e territoriale in tutti i paesi dell’Unione».

poste italiane
La Commissione europea ricorda che si può derogare al servizio universale solo «in circostanze o situazioni geografiche eccezionali» molto limitate. Adesempio, deroghe a una fetta di popolazione superiore all’1% sono state permesse solo alla Grecia vista l’impossibilità fisica di servire ogni giorno tutte le sue isole. E comunque nel caso ellenico si tratta di un’eccezione che tocca appena il 6,8% della popolazione, non il 25% come avverrebbe in Italia. Per questo la Commissione ribadisce che «la possibilità di derogare a questo obbligo deve rimanere limitata a circostanze e condizioni geografiche eccezionali e non deve essere applicata come eccezione ampia e generalizzata».

E conclude chiedendo all’Agcom di inviarle «una valutazione più dettagliata delle circostanze che potrebbero giustificare queste eccezioni». Un linguaggio felpato che si addice a una comunicazione tra Bruxelles e un’Autority nazionale per dire che o la norma sarà cambiata, oppure verrà bloccata da una procedura d’infrazione.

Poste: piano Caio a rischio procedura infrazione

Poste a rischio infrazione. Il piano di privatizzazione preparato dall’ad Francesco Caio potrebbe cadere sotto la scure dell’Antitrust europeo: non rispetterebbe le norme comunitarie sul servizio universale.
L’Italia rischia l’apertura di unaprocedura di infrazione per violazione delle norme europee suiservizi postali. E’ questo l’effetto delle decisioni prese dall’amministratore delegato di PosteFrancesco Caio nell’ambito della privatizzazione della società. Nel mirino di Bruxelles, in particolare, potrebbe finire la decisione di non consegnare più le lettere ogni giorno sul 25% del territorio italiano. Una decisione che coinvolge 4mila Comuni e circa 15 milioni di cittadini. Ma che potrebbe farci contravvenire ai principi comunitari sul servizio universale.
Nel mirino c’è l’ipotesi di non recapitare più lettere e cartoline tutti i giorni sul 25% del territorio italiano, ma passare a una consegna ogni 48 ore. In questo modo sarebbe possibile ottenererisparmi forti da un servizio che, negli ultimi anni, ha fatto segnare un calo dei ricavi da circa 300 milioni di euro. Con questo aggiustamento, che coinvolge 4mila Comuni e circa 15 milioni di cittadini, il manager conta di rimettere in asse i conti della società in vista della prossimaprivatizzazione, pensata per andare a regime entro la fine del 2015.
Secondo quanto spiega la Commissione europea in una lettera indirizzata al Garante per le comunicazioni, “il servizio di posta universale garantisce una consegna all’abitazione o alla sede di ogni persona naturale o giuridica ogni giorno lavorativo”. Questo obbligo è stato confermato daBruxelles nel 2008, momento in cui le mail avevano già avuto un profondo impatto sul mercato. La questione, però, è che si tratta di un servizio pubblico che serve “a garantire il diritto alla comunicazione tra cittadini e ad assicurare la coesione sociale e territoriale in tutti i paesi dell’Unione”.
Secondo l’Esecutivo comunitario, le deroghe sono ammesse solo “in circostanze o situazioni geografiche eccezionali”. E’ il caso della Grecia, dove c’è l’impossibilità fisica di raggiungere tutta la popolazione ogni giorno, vista la distribuzione delle isole sul territorio. Anche se va sottolineato che parliamo di un’eccezione che coinvolge appena il 6,8% della popolazione e non il 25%, come succederebbe per l’Italia con il piano di Caio. Quindi, secondo Bruxelles, “la possibilità di derogarea questo obbligo deve rimanere limitata a circostanze e condizioni geografiche eccezionali e non deve essere applicata come eccezione ampia e generalizzata”.
L’operazione di Poste aveva incassato il via libera dell’Autorità garante le telecomunicazioni. Che, in questi giorni, ha avviato una fase di interlocuzione con l’Antitrust europeo per dare l’ok al progetto. Questo passaggio, però, si sta rivelando molto più che una semplice formalità. E, nei prossimi giorni, sembra in arrivo una bocciatura formale che, di fatto, potrebbe stoppare l’intera operazione e portare problemi ai piani di spending review del nostro paese.
http://www.euractiv.it


Poste, Commissione Ue boccia consegna a giorni alterni: “Solo in casi eccezionali”



Venerdì scorso Bruxelles ha scritto all'authority delle comunicazioni per chiedere "una valutazione più dettagliata delle circostanze" che secondo l'amministratore delegato Francesco Caio giustificano la riduzione della frequenza dei recapiti. Se il piano non verrà rivisto si profila una procedura di infrazione

La consegna delle lettere a giorni alterni non s’ha da fare. LaCommissione europea si mette di traverso rispetto al piano industriale dell’amministratore delegato di Poste italianeFrancesco Caio, che per rimettere in sesto i conti in vista dellaprivatizzazione del gruppo intende da un lato chiudere 455 sportelli, dall’altro aumentare le tariffe e ridurre la frequenzadei recapiti sul 25% del territorio nazionale. Con il risultato che 15 milioni di italiani riceverebbero la posta un giorno sì e uno no.
Sabato l’Agcom, in un documento ora sottoposto a consultazione pubblica, ha decretato che il rialzo dei prezzi ipotizzato da Caio è eccessivo. Ma ha dato un sostanziale via libera, con la sola astensione del consigliere Antonio Preto, al taglio delle consegne.Repubblica rivela però che venerdì la Commissione Ue ha inviato all’authority un documento in cui mette in dubbio lalegalità dell’operazione. Ventilando il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione.
Bruxelles ricorda che il servizio di posta universale, cioè quello che “garantisce una consegna all’abitazione o alla sede di ogni persona naturale o giuridica ogni giorno lavorativo”, è un obbligo. Confermato dalla direttiva europea sui servizi postali del 2008. Nonostante le comunicazioni elettroniche abbiano in gran parte soppiantato quelle cartacee, infatti, il recapito delle lettere è ancora ritenuto necessario per assicurare “il diritto alla comunicazione tra cittadini e la coesione sociale e territoriale”. Le deroghe consentite sono limitate e devono essere giustificate da “circostanze o situazioni geografiche eccezionali“. Inammissibile invece una “eccezione ampia e generalizzata” come quella immaginata da Caio.
La missiva, scrive il quotidiano di Largo Fochetti, si chiude con la richiesta all’autorità guidata da Angelo Cardani di inviare all’esecutivo europeo “una valutazione più dettagliata delle circostanze che potrebbero giustificare queste eccezioni”. In caso contrario, il progetto sarà bloccato d’imperio con l’ennesima procedura per violazione di normative comunitarie.

I “nì” dell’Agcom

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deciso di avviare due consultazioni pubbliche, una sul recapito e l’altra sui prezzi

Le cose non stanno andando esattamente come l’amministratore delegato di Poste italiane, Francesco Caio, sperava. Inizialmente, in particolare sulle tariffe suggerite, aveva dato anche alcuni dettagli, poi era stato costretto a sorvolare. Confidando comunque che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni garantisse il necessario via libera al suo progetto.
In realtà, l’Agcom ha preso tempo, avviando due consultazioni pubbliche in merito ad altrettante idee. Una riguarda le modalità di recapito a giorni alterni, l’altra le tariffe e gli standard di qualità del servizio universale sulla base di quanto previsto dalla legge di stabilità 2015.
Per quanto riguarda la prima, l’Autorità ha modificato la proposta iniziale di Poste, ponendo in consultazione specifici criteri e indici di determinazione dei comuni che potranno essere interessati dalla misura entro il limite massimo del 25% della popolazione, in funzione delle particolari circostanze, anche di natura geografica, che caratterizzano l’ambito del recapito sul territorio. Il provvedimento finale dovrà essere comunicato alla Commissione Europea.
Per la seconda, ha rivisto le proposte dell’operatore, ancorando il prezzo del prodotto di base all’evoluzione già stabilita in precedenti provvedimenti, ovvero determinando un prezzo pari a 0,80 euro, con la possibilità di crescita fino a 0,95 euro entro fine anno (a Natale 2013 l’Agcom prevedeva che quest’ultima cifra fosse raggiunta nel 2016). La variazione -tuttavia- “è condizionata alla verifica dell’andamento dei volumi e del rispetto degli indici di qualità”. Quanto al corriere prioritario, il suo costo al pubblico “sarà fissato nel rispetto dei principi di equità e ragionevolezza prevedendo strumenti di verifica della qualità, anche attraverso un meccanismo di rimodulazione proporzionata verso il basso dei prezzi laddove dovesse essere riscontrato un degrado non occasionale della qualità con riferimento ai giorni di avvenuto recapito”. L’azienda, comunque, potrà arricchire l’offerta con supporti a valore aggiunto, quali la tracciabilità.
Secondo l’Agcom, negli ultimi quattro anni il calo dei volumi in Italia è stato del 10% medio ogni dodici mesi, mentre la spesa mensile pro-capite è passata da 4,00 euro (nel 2010) a 2,00 (nel 2014).

Mobilità Nazionale 2015: Le Graduatorie Definitive



lunedì 30 marzo 2015

Poste, l'Agcom accoglie richieste sulle modifiche


L'Agcom ha accolto, anche se non totalmente, le richieste di Poste Italiane sulla modifica di tariffe e recapiti, passaggio fondamentale di «aggiustamento» del gruppo in vista della quotazione entro il 2015.
Pur non prendendo ancora decisioni definitive, il Garante per le comunicazioni ha infatti posto qualche paletto modificando solo in parte le proposte di Francesco Caio e sottoponendo alla consultazione pubblica del mercato le soluzioni di compromesso trovate rispetto al piano presentato dalla società.
REINTRODUZIONE POSTA ORDINARIA. La prima proposta di Poste sul portafoglio prodotti partiva dalla reintroduzione della posta ordinaria, con consegna entro quattro giorni, e dalla rideterminazione della tariffa in un euro a lettera. Nel documento sottoposto a consultazione, l'Autorità ha di fatto accettato l'ipotesi stabilendo però una forchetta di prezzo che parte da 0,80 euro, con la possibilità di salire fino a 0,95 euro entro fine anno.
DECISIONE RIMANDATA SULLA PRIORITARIA. «La variazione», precisa l'Agcom, «sarà condizionata alla verifica dell'andamento dei volumi e del rispetto degli indici di qualità del recapito da parte dell'Autorità». Per quanto riguarda il più spinoso capitolo della posta prioritaria con consegna in un giorno, la partita si complica e la decisione viene ulteriormente rimandata in attesa di un'analisi più approfondita. Il prezzo (che Poste chiedeva di portare a 3 euro) «sarà fissato nel rispetto dei principi di equità e ragionevolezza prevedendo strumenti di verifica della qualità, anche», avverte l'Autorità, «attraverso un meccanismo di rimodulazione proporzionata verso il basso dei prezzi laddove dovesse essere riscontrato un degrado non occasionale della qualità con riferimento ai giorni di avvenuto recapito». Poste potrà comunque arricchire l'offerta con servizi innovativi a valore aggiunto, quali la tracciabilità, al fine di migliorare la certezza sui tempi di recapito.
NOVITÀ SUL SISTEMA DI RECAPITO A GIORNI ALTERNI. Sul lato dei servizi, l'Autorità ha invece accolto pienamente le novità sul sistema di recapito a giorni alterni sul 25% del territorio nazionale, chiedendo però un'attenta valutazione di quali Comuni coinvolgere (secondo la consegna un giorno sì un giorno no avverrebbe in pratica su 4 mila degli 8 mila Comuni italiani). Per questo l'Agcom ha posto in consultazione specifici criteri e indici di determinazione dei Comuni che potranno essere interessati dalla misura entro il limite massimo del 25% della popolazione, «in funzione delle particolari circostanze, anche di natura geografica, che caratterizzano l'ambito del recapito postale sul territorio italiano». Tutte direttrici, sia sui recapiti che sulle tariffe, che - secondo quanto trapela da fonti vicine al gruppo - trovano molta soddisfazione da parte di Poste Italiane.


Poste a giorni alterni, Agcom si spacca

IL PIANO

L'Authority accoglie, con parziali modifiche, le proposte di Caio sui servizi di consegna e sulle tariffe. Il commissario Preto si astiene: "Serve la verifica della Ue, a rischio il servizio universale". Le delibere approvate messe a consultazione

di F.Me.

Agcom si spacca sulle proposte di modifica al contratto di servizio di Poste Italiane con cui il gruppo guidato daFrancesco Caio conta di rimettere in sesto i bilanci del gruppo pubblico in vista della privatizzazione. Nell'ultimo Consiglio Agcom sono state approvate due delibere che modificano in parte quanto arrivato dall'Ad Francesco Caio in tema di consegna della posta -  la posta verrà consegnata ogni due giorni, coprendo di fatto 4mila Comuni su 8mila - e di tariffe - 0,80 cent con possibilità di salire fino a 0,95 - con la sola astensione del commissario Antonio Preto che ha sollevato dubbi circa il rispetto del principio di servizio universale. Per capire come andrà a finire, bisognerà aspettare la fine di maggio quando il provvedimento finale, arricchiti dagli spunti della consultazione, arriverà sul tavolo della Commissione europea che dovrà dire la sua suoi criteri con cui si ridimesiona il servizio di consegna.

E proprio per evitare il "niet" della Ue, con riferimento alla modalità di recapito a giorni alterni, l’Autorità ha modificato la proposta iniziale di Poste Italiane, ponendo in consultazione specifici criteri e indici di determinazione dei Comuni che potranno essere interessati dalla misura entro il limite massimo del 25% della popolazione (secondo la consegna un giorno sì un giorno no avverrebbe in pratica su 4 mila degli 8 mila Comuni italiani), in funzione delle  particolari circostanze, anche di natura geografica, che caratterizzano l’ambito del recapito  postale sul territorio italiano.

Per il commissario Antonio Preto, che si è astenuto, “"la proposta debba essere verificata con la Commissione europea, e lo potremo fare durante questa fase di consultazione pubblica – spiega il commissario - La direttiva europea sui servizi postali (art. 3, par. 3, dir. 97/67/CE, come modificata dalle dir. 2002/39/CE e 2008/6/CE), norma di riferimento del settore per tutti i Paesi europei, prevede infatti l’obbligo di recapito per un minimo di cinque giorni a settimana nell’ambito del servizio universale e ciò anche nelle zone remote e scarsamente popolate. La direttiva stabilisce che la riduzione di frequenza può essere autorizzata dall’Autorità di regolazione solo in circostanze o per condizioni geografiche eccezionali”. Se la Ue desse il via libera alle modifiche al servizio di consegna l'Italia, insieme alla sola Grecia, sarebbe il Paese europeo dove la ppsta non viene recapitata tutti i giorni.

Secondo Preto, anche di fronte a una tendenza di calo dei volumi, che potrebbe spingere a ripensare il servizio universale, “occorre verificare con Bruxelles se esistono i presupposti giuridici necessari per accordare una deroga così ampia e generale”.

“Sappiamo che finora la deroga è stata applicata solo da alcuni Stati membri e in casi molto limitati ed estremi – sottolinea - Trattandosi di una direttiva europea tocca alla Commissione dare un'interpretazione uniforme per l'intera Unione europea. Quando sono in gioco servizi resi ai cittadini europei ci vuole prudenza e sicurezza di operare nel pieno rispetto dell’ordinamento”.

Con riferimento alla manovra tariffaria (relatore il commissario Antonio Martusciello),  l’Autorità ha rivisto le iniziali proposte di Poste Italiane, ancorando il prezzo del prodotto  postale di base all’evoluzione delCap già stabilita in precedenti provvedimenti, ovvero  determinando un prezzo pari a 0,80 euro, con possibilità di crescita fino a 0,95 euro entro fine anno. "La variazione del prezzo è condizionata alla verifica dell’andamento dei volumi e del rispetto degli indici di qualità del recapito da parte dell’Agcom", dice il Garante.

“Il prezzo del prodotto di posta prioritaria sarà fissato nel rispetto dei principi di equità e  ragionevolezza prevedendo strumenti di verifica della qualità, anche attraverso un meccanismo  di rimodulazione proporzionata verso il basso dei  prezzi laddove dovesse essere riscontrato un degrado non occasionale della qualità con riferimento ai giorni di avvenuto recapito”. Infine Poste Italiane potrà arricchire l’offerta con servizi innovativi a valore aggiunto, quali la tracciabilità, al fine di migliorare la certezza sui tempi di recapito.



domenica 29 marzo 2015

Poste, dubbi dell’Agcom sul piano di Caio: “Aumento costi della prioritaria sia equo”



L'authority delle comunicazioni, che vigila anche sui recapiti, mette paletti alle proposte dell'amministratore delegato del gruppo pubblico. No al rincaro fino a 3 euro: il prezzo dovrà essere fissato rispettando "il principio di ragionevolezza" e valutando la qualità del servizio. E verrà rivisto al ribasso in caso di ritardi "non occasionali"

Passi per la chiusura di 455 sportelli, che l’amministratore delegato Francesco Caio derubrica alla voce “razionalizzazione”. Passi per la consegna di lettere e cartoline un giorno sì e uno no, purché la novità non riguardi più del 25% dei cittadini della Penisola. Ma le altre trovate con cui il numero uno di Poste Italiane conta di rimettere in sesto i bilanci del gruppo pubblico che si avvia verso la privatizzazione hanno suscitato non poche perplessità in seno all’Agcom. L’authority, in particolare, considera eccessivi gli incrementi tariffari proposti dal manager per la posta prioritaria e ordinaria. La decisione definitiva arriverà in maggio, al termine dei 30 giorni di consultazione pubblica sulle due delibere approvate sabato sera, e avrà un peso rilevante sui conti dell’azienda, che ha chiuso il 2014 con utili in calo del 79% (anche a causa della svalutazione della quota detenuta inAlitalia) e senza interventi rischia il rosso nel 2017.
Per Poste arriva un sostanziale via libera sul fronte della reintroduzione della posta ordinaria con consegna entro quattro giorni e della possibilità, a fronte della riduzione a 262 milioni del contributo pubblico per il servizio universale, di fare consegne a giorni alterni, come consentito dalla legge di Stabilità. Purché siano individuati “specifici criteri e indici di determinazione dei Comuni che potranno essere interessati dalla misura entro il limite massimo del 25% della popolazione” e “in funzione delle particolari circostanze, anche di natura geografica, che caratterizzano l’ambito del recapito postale sul territorio italiano”.
Tuttavia i consiglieri (con l’astensione di Antonio Preto) hanno rivisto al ribasso gli adeguamenti delle tariffe sollecitati da Caio: troppi, hanno decretato, 1 euro a lettera per l’ordinaria e 3 europer la prioritaria. Nel documento sottoposto a consultazione si legge che la forchetta di prezzo, per la prima tipologia, dovrà andare al massimo da 0,80 euro a 0,95 euro, sulla base della “verifica dell’andamento dei volumi e del rispetto degli indici di qualitàdel recapito da parte dell’Autorità”.
Quanto alla posta prioritaria, la decisione è rimandata ma il prezzo “sarà fissato nel rispetto dei principi di equità e ragionevolezzaprevedendo strumenti di verifica della qualità, anche – avverte l’Autorità – attraverso un meccanismo di rimodulazione proporzionata verso il basso dei prezzi laddove dovesse essere riscontrato un degrado non occasionale della qualità con riferimento ai giorni di avvenuto recapito”. Poste potrà comunque “arricchire l’offerta con servizi innovativi a valore aggiunto”, quali latracciabilità, “al fine di migliorare la certezza sui tempi di recapito”.
“Le due decisioni messe a consultazione e nate dalle due istanze di Poste Italiane”, scrive l’Agcom, “mirano da un lato, a ridurre (modalità di recapito) o coprire (prezzo del servizio postale universale ordinario) il costo di offerta del servizio, garantendo lasoddisfazione dei mutati bisogni dei cittadini e dei consumatori, dall’altro, a offrire una maggiore flessibilità alla società nella formulazione delle offerte alla clientela, per testare nuove formule che diano risposta alla minore domanda dei servizi tradizionali di corrispondenza e possano invertire la tendenza di forte calo nei volumi”. Che negli ultimi quattro anni è stato del 10% medio annuo, mentre “la spesa media mensilepro-capite in servizi di corrispondenza è passata da 4 euro nel 2010 a 2 euro nel 2014, con un impatto significativo sui costi del cosiddetto “diritto a comunicare”, sotteso al servizio universale”. Di qui “la riflessione sulla trasformazione del settore e il rilancio del mercato”, “ancora più importante in Italia per accompagnare Poste Italiane verso la privatizzazione”.





(ANSA) - ROMA, 28 MAR - L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha deliberato l'avvio di due consultazioni pubbliche in merito ad altrettante proposte presentate da Poste Italiane: una, informa una nota, sulle nuove modalità di recapito degli invii postali a giorni alterni, l'altra sulle tariffe e gli standard di qualità del servizio postale universale di corrispondenza, sulla base di quanto previsto dalla legge di stabilità 2015.

sabato 28 marzo 2015

Caio: «Poste pronte per Piazza Affari. Sbarco previsto nel 2015»


L'amministratore delegato di Poste Italiane, Francesco Caio, conferma l'obiettivo di quotare in Borsa la società entro quest'anno ma chiede che sia realizzata la riforma del settore recapiti, «essenziale non solo per la privatizzazione ma per la sostenibilità del business». L'Autorità per le comunicazioni dovrebbe decidere proprio oggi. Il settore recapiti ha pesato sulla forte contrazione dei margini e dell'utile nel bilancio 2014 appena approvato.
«Assolutamente sì, confermiamo l'obiettivo di quotazione entro il 2015. L'azienda è pronta». Francesco Caio, ad di Poste Italiane, si dichiara convinto che il processo di privatizzazione del gruppo può partire quest'anno. Resta aperto un fronte cruciale, la decisione che oggi l'Authority dovrebbe adottare sulla riforma del settore dei recapiti chiesta dalla società. «È una riforma essenziale, non soltanto per la privatizzazione, ma per la sostenibilità del nostro business», chiosa.
Il bilancio 2014 appena approvato mostra una forte contrazione di margini e utile. Può spiegare le ragioni? 
Il bilancio comincia a riflettere la nuova strategia di Poste basata su tre dinamiche: logistica, sistema di pagamenti e risparmio. Il settore dei recapiti ha contribuito in buona parte alla contrazione dei margini del gruppo (-50% l'Ebit consolidato, a 691 milioni, -80% l'utile a 212 milioni, ndr). E questo perchè cittadini e imprese usano sempre meno la corrispondenza. In questa divisione cominciamo però ad avere segni di crescita per lo sviluppo dei pacchi (+13,8%). È una parte dell'azienda ancora troppo piccola rispetto all'infrastruttura di Poste, che dovrà crescere molto in futuro. Il Bancoposta, che è una piattaforma per pagamenti digitali e transazioni finanziarie, ha segnato un buon progresso dei margini grazie a prodotti come Postepay evolution. E poi c'è il settore assicurativo, che continua a trainare margini e ricavi.
A fine 2013 il risultato operativo del settore dei recapiti era positivo per 300 milioni. Come ha chiuso l'anno? 
L'Ebit è andato in rosso per circa 500 milioni. Il delta di 800 milioni rispetto al 2013 è dovuto alla contrazione dei ricavi per 300 milioni (per il calo della corrispondenza), a minori contributi pubblici per circa 100 milioni, a maggiori ammortamenti e accantonamenti per 150 milioni, a maggiori oneri straordinari per 242 milioni destinati al processo di trasformazione avviato anche in vista della privatizzazione.
Sono oneri legati agli esodi incentivati, si parla di circa 2/3 mila persone 
In quella voce c'è anche questo. Ma ci tengo a chiarire che stiamo solo proseguendo un trend già avviato dal 2012 dal gruppo. Le uscite in questione sono previste tra il 2015 e l'inizio del 2016.


di 27 marzo 2015
http://www.ilsole24ore.com

venerdì 27 marzo 2015

Job Posting Marzo 2015
















Mercato privati, Sportelleria Incontri in Azienda su Mercato Privati riguardanti le pressioni commerciali, i provvedimenti disciplinari e l’organico

INCONTRI IN AZIENDA SU MERCATO PRIVATI
Si sono svolti nei giorni 25 e 26 c.m. i previsti incontri sui temi di Mercato Privati riguardanti le pressioni commerciali, i provvedimenti disciplinari e l’organico.
Pressioni commerciali.
L’Azienda sul tema delle indebite pressioni commerciali ha cercato di minimizzare il problema sostenendo che attraverso il miglioramento delle comunicazioni il clima è notevolmente migliorato e di rispettare  l’intesa dell’ottobre 2013.
Abbiamo fortemente contestato le affermazioni aziendali rivendicando la corretta applicazione dell’accordo in tutti i suoi contenuti. In particolare abbiamo evidenziato la mancata costituzione del comitato di monitoraggio previsto dall’accordo, il mancato rispetto della riservatezza e della periodicità delle iniziative di comunicazione sulla corretta proposizione commerciale.
La mancata costituzione del comitato di monitoraggio non ha consentito l’analisi congiunta sull’andamento dell’intesa per individuare le aree di criticità e le conseguenti azioni tese alla risoluzione delle stesse.
L’Azienda si è impegnata a convocare il previsto comitato.
Per quanto ci riguarda nel ribadire la nostra insoddisfazione sulla gestione dei contenuti dell’intesa ci siamo riservati di approfondirne le dinamiche all’interno del comitato, per questo motivo vi invitiamo a segnalarci ogni comportamento indebito sulle pressioni commerciali.

Provvedimenti Disciplinari
A seguito della nostra contestazione circa un rilevante aumento dei provvedimenti disciplinari, utilizzati a nostro avviso anche per coprire le proprie inefficienze organizzative e scaricare le responsabilità sui lavoratori, l’Azienda si è presentata illustrando un’analisi del fenomeno che, minimizzandone gli impatti, è risultato sostanzialmente in linea con gli anni precedenti.
Abbiamo fortemente contestato la posizione aziendale esclusivamente tesa ad un’analisi numerica del fenomeno, che comunque rileva un forte incremento dei provvedimenti disciplinari del 2014 VS 2013 e che non si fa carico delle proprie responsabilità in ordine alla formazione, aggiornamento professionale, dotazione strumentale, ecc dei lavoratori del settore.
A tal proposito, nell’esprimere la nostra insoddisfazione, abbiamo ribadito le nostre ragioni confermando le iniziative avviate sul territorio finalizzate al puntuale rispetto di tutti gli adempimenti previsti dalla attività svolta dai lavoratori di tutta la funzione MP.

Organico
La delegazione aziendale ha introdotto l’argomento rappresentandoci l’evoluzione del mercato di riferimento, i cambiamenti organizzativi degli ultimi anni (Orari, sale, coner, promotori finanziari, specializzazione TSC e Contact, multietnici, ecc), le dinamiche interne e l’evoluzione degli organici.
In particolare  è stato evidenziato che il perimetro complessivo dell’organico di MP è aumentato per effetto di un forte incremento delle attività di sevizio al Cliente (TSC e Contact Center) e delle attività di consulenza mentre la costante riduzione delle operazioni di sportello (online, domiciliazioni, evoluzione ATM ecc) ha determinato un calo del numero di sportellisti.
Inoltre, ci sono state fornite le consistenze degli UUPP suddivise per aree e figure professionali precisandoci che i 36.911 sportellisti sono compresivi dei corner poste mobile (circa 400) e degli uffici postali impresa.
Infine l’Azienda ci ha rappresentato l’esigenza di considerare il tema Organici MP all’interno di un contesto più generale di coerenza con tutte le azioni necessarie alla realizzazione del piano d’impresa.
Nel nostro intervento abbiamo evidenziato la sussistenza di un problema politico determinato dal mancato rispetto dei contenuti dell’accordo sottoscritto e dal mancato confronto sulle diverse iniziative in atto nella funzione (ad esempio le assunzioni in corso di promotori finanziari).
Infatti  il dovuto raffronto con l’intesa del 2009, che prevedeva una consistenza degli op. di sportello di 38.239, fa emergere un forte scostamento di oltre 2.000 unità (per effetto dei corneristi e del mondo impresa).
Abbiamo inoltre richiesto di conoscere tutti i dati relativi alle operazione di sportello, le loro tempistiche, i tempi di attesa ed ogni altro utile elemento a comprendere le dinamiche evolutive rappresentateci.
Infine ribadendo l’esigibilità dell’accordo del 2009 ci siamo dichiarati disponibili ad affrontare ed approfondire tecnicamente i temi legati all’organico.
Il confronto proseguirà nei giorni 31 marzo e 1 aprile.
Cordiali saluti.
MARIO PETITTO
SEGRETARIO GENERALE

http://www.slpcislroma.it

COMUNICATO AL PERSONALE-TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO-MODULO RICHIESTA



LEGGE DI STABILITA’ 2015 – Articolo 1 commi da 26 a 34 – TFR in busta paga
In via sperimentale viene prevista la possibilità per i lavoratori del settore privato di chiedere e ottenere dal datore di lavoro in busta paga dal 1 marzo 2015 al 30 giugno 2018 l’accredito del TFR maturando alle seguenti condizioni:
– Deve trattarsi di lavoratore del settore privato assunto da almeno 6 mesi presso il medesimo datore di lavoro, oppure, per i lavoratori assunti dopo il 1/1/2015, nei termini stabiliti da uno specifico decreto che dovrà essere emanato;
– Sono esclusi da questa facoltà i lavoratori del settore pubblico, i lavoratori agricoli e i collaboratori domestici;
– La quota di TFR maturando è quella di cui all’art. 2120 c.c. cioè il 13,5% della retribuzione dovuta nell’anno al netto del contributo dello 0,50% dovuto dal datore al fondo di accantonamento previdenziale (c.d. FAP di cui all’art. 3 ultimo comma legge 297/1982);
– Anche i lavoratori che hanno destinato il TFR al fondo pensione possono chiedere la liquidazione in busta paga della quota maturanda;
– La quota di TFR liquidata in busta paga verrà assoggettata a tassazione ordinaria e non è imponibile a fini previdenziali;
– La scelta di avere il TFR in busta paga è irrevocabile fino al 30 giugno 2018;
– Il TFR in busta paga non si può ottenere se il datore di lavoro è sottoposto a procedura concorsuale o l’azienda è dichiarata in crisi ai sensi dell’art. 4 legge 297/1982.
Solo ai fini della verifica del reddito complessivo per il diritto al bonus degli 80 euro non si considerano le somme erogate come TFR in busta paga.
I datori di lavoro hanno due possibilità per l’attribuzione del TFR in busta paga:
1. optare per uno schema di accesso accredito tramite il sistema bancario, tale finanziamento è assistito da privilegio speciale (art. 46 d.lgs. 385/1993);
2. oppure erogare direttamente il TFR.
Noi diamo un giudizio critico sul provvedimento, le critiche si concentrano sulla constatazione che da anni è stata compiuta la scelta di destinare il TFR alla previdenza complementare per costruirsi un futuro previdenziale più solido, prevedendo anche agevolazioni fiscali; con il provvedimento adottato la quota di TFR erogata in busta paga verrà tassata con l’imposizione ordinaria e non con tassazione separata come avviene ora ovvero, per il TFR destinato al fondo pensione, con le diverse aliquote agevolate sulla prestazione finale.
Pertanto riteniamo comunque più conveniente lasciare il TFR nel fondo di previdenza complementare.
Distinti saluti
Per opportuna informazione allego alcuni articoli a riguardo:


Romani sul TFR in busta paga: “Pensiamo al futuro e non solo all’oggi. “

Secondo lo studio Fiba Cisl il lavoratore potrebbe perdere oltre 10mila euro in tre anni.
“La categoria dei lavoratori dei lavoratori bancari e assicurativi vanta una storia pluriennale di fondi pensione: è per questo che sentiamo il dovere di intervenire in modo chiaro sulla riforma che consente al lavoratore di anticipare il TFR in busta paga. ”
Giulio Romani, segretario generale della Fiba Cisl, spiega  il motivo per cui ritiene prioritario, per la federazione che guida, fare luce sulla riforma.
“La scelta, infatti, è volontaria, ma, a chi decide, servono gli argomenti per poterne capire le conseguenze. Noi abbiamo lavorato in questo senso.”
Romani fa riferimento allo studio della Fiba sull'argomento (studio riportato dai principali mezzi d'informazione e che ha scatenato un intenso dibattito sui social). Il risultato è che in base alla fiscalità ed al mancato rendimento, il Tfr in busta paga è penalizzante. Più sono gli anni mancanti al pensionamento o al riscatto, e maggiori sono le convenienze economiche nell’accantonamento, specie se fatto nei Fondi Pensioni. Secondo i calcoli svolti, il lavoratore che opta per il tfr in busta paga potrebbe perdere anche oltre 10.000 euro in tre anni.
“In questo paese occorre pensare al futuro e non solo all’oggi- conclude Romani. – E’ ciò che cerchiamo di fare con la nostra proposta di modello di banca e di società, con una  visione strategica,  contro le logiche di puro taglio dei costi. Nel caso specifico il legislatore dovrebbe favorire chi si costruisce un futuro, non incentivarlo ad abbandonarlo”.

Cisl: "Col Tfr in busta paga in tre anni si perdono fino a diecimila euro"

Studio Fiba-Cisl: “L’unico vantaggio? I soldi in più per le bollette”. E aumentando il reddito si rischia di rinunciare agli sgravi Isee
Il Tfr in busta paga voluto dal governo Renzi rischia di essere un flop. Fino a pochi giorni fa solo sei lavoratori su cento avevano optato per l’incasso e alla fine, prevede un sondaggio della Swg per la Confesercenti, meno di due dipendenti su dieci sceglieranno di incamerare la liquidazione nello stipendio.

Il perché lo spiegano le elaborazioni fatte per noi dallaFiba Cisl, la federazione dei bancari, che per uno stipendio medio parlano di perdite in tre anni che vanno da duemila fino a 10 mila euro rispetto alle opzioni cumulo in azienda o in fondo pensioni. E due conti se li stanno facendo i 14,4 milioni di lavoratori del settore privato, con almeno sei mesi di anzianità alle spalle, che in questi giorni stanno ricevendo i moduli per esercitare entro il mese un’opzione che varrà per i prossimi tre anni. L’arco di tempo sul quale il centro studi della Fiba ha calcolato quanto lascerebbero sul campo tre lavoratori con il reddito medio di 25 mila euro lordi annui ma anzianità differenti. Un lavoratore di 40 anni, con lo stesso reddito, perderebbe 3.140 euro rispetto al cumulo e 5.667 in raffronto al rendimento di un fondo. Un venticinquenne poi ne perderebbe 9.453 non lasciandolo fruttare in azienda e addirittura 10.808 euro togliendolo dalla pensione integrativa.



"Il Tfr in busta è peggio tassato e non dà rendimenti annui, quelli che rendono ancora più conveniente farlo cumulare in azienda o investirlo nella previdenza integrativa quando si è più giovani. Del resto – spiega il tributarista, Gianluca Timpone a La Stampa - i soldi accantonati in liquidazione fruttano ogni anno l’1,5% più i tre quarti del tasso di inflazione. Se ad esempio i prezzi aumentano del 2% il Tfr cresce del 3". In busta paga la rivalutazione è invece zero. E poi c’è la tassazione meno favorevole. "Quando viene riscattato – conclude Timpone –, sul Tfr si applica l’aliquota media dello stipendio degli ultimi cinque anni, che di solito è del 23%, mentre sui fondi pensione è ora del 20%. Sempre meglio dell’aliquota progressiva Irpef che va dal 23 al 43% e che si paga incamerandolo in busta paga".


Tfr in busta paga, ecco a chi conviene: solo per i redditi sotto i 20mila euro

L'aumento della tassazione comporta un doppio svantaggio: meno soldi in tasca dei lavoratori a causa di un prelievo fiscale più alto e mancata rivalutazione. L'incognita per chi ha scelto i fondi pensione

MILANO - Conviene solo a chi ha un reddito tra i 15 e i 20mila euro all'anno. In tutti gli altri casi, arriva qualche soldo in più in tasca a fine mese da subito, ma ci si perde nel lungo periodo. Per non dire che i benefici del provvedimento che porterà all'anticipo del Tfr in busta paga - così come l'ha proposto il governo Renzi - in ogni caso si fermano qui. Ne sono esclusi, i lavoratori che hanno contratti di tipo precario o le partite Iva, oltre ai dipendenti pubblici. Nonché tutti coloro che - a suo tempo - hanno deciso di girare il Tfr al fondo pensionistico integrativo: per quest'ultimo, la manovra del governo si potrebbe trasformare in un salasso, sotto forma di maggiore imposizione fiscale.



Economisti ed esperti di previdenza non hanno dubbi. La manovra sull'anticipo del Tfr, per quanto bisognerà attendere i decreti attuativi per un giudizio definitivo, presta il fianco a più di una critica. Sia dal punto di vista tecnico che politico. Secondo i primi calcoli, i vantaggi sembrano più per lo Stato (a causa dell'aumento della tassazione relativa) e in parte per le imprese, che non per i lavoratori (tranne una minoranza, i dipendenti a reddito basso). Dal punto di vista della politica economica, è da varificare il fatto che possa spingere alla ripresa dei consumi. E' sicuramente un aiuto a chi è in difficoltà con debiti arretrati o con la rata del mutuo. 




A chi conviene.Secondo i calcoli dei consulenti del lavoro, fino a 15mila all'anno di reddito il Tfr in busta paga è conveniente. Per cifre superiori, siccome il governo ha deciso, di tassare il maggiore importo come parte integrante dello stipendio e quindi applicando l'Irpef ordinaria, si pagano più tasse. Fino ai 28mila euro, si tratta di un centinaio di euro di tasse in più e si sale mano a mano che aumenta il reddito. Oltre alla mancata rivalutazione della cifra mensile che non viene più versata per il Tfr.



A chi non conviene. Per i lavoratori con redditi oltre i 28mila euro la scelta è tra prendere una parte subito o prendere un po' di più quando sarà il momento di incassare il Tfr. Nella scelta bisognerà fare calcoli il più possibile precisi tenendo conto di due varianti: il regime di tassazione e la rinuncia alla rivalutazione attuale. Si tratta, in entrambi i casi, di due voci che vanno nella colonna del passivo. 


La terza via. C'è una terza possibilità, per subire una perdita meno elevata. Ed è la richiesta di anticipo del Tfr. Lo si può chiedere per acquisto o ristrutturazione dell'abitazione o per gravi motivi di salute per coprire spese mediche. Oppure, si può provare a proprorre un avccordo direttamente all'azienda. In questo modo si può "estrarre" fino al 75% del Tfr già versato. In questo modo, si perde la rivalutazione ma la tassazione è più bassa perché non finisce nel calcolo dell'Irpef, ma è soggetta a tassazione separata.




Previdenza sacrificata. Come hanno già rilevato molti osservatori, la manovra del Tfr rischia di penalizzare il sistema della previdenza integrativa, ovvero di coloro che hanno deciso di versare il proprio Tfr nei fondi pensione. Per due motivi. Il primo è tecnico: la legge di Stabilità alza la tassazione sui rendimenti dei contributi alla previdenza integrativa dall'11,5 al 20% e fino al 26% per i rendimenti dei fondi delle Casse dei liberi professionisti. Il secondo, anche qui, è di politica economica: dopo anni in cui si è detto che il sistema dei fondi pensione in Italia è tra i più arretrati d'Europa (la raccolta è pari solo il 7% del Pil contro il 60-70% dei paesi Ue più avanzati), l'aumento della tassazione non spingerà di certo i lavoratori a scegliere l'opzione pensione integrativa al posto del Tfr. Ancora di più nei prossimi tre anni, quando si potrà addirittura chiederne l'anticipo in busta paga. Anche qui bisognerà capire cosa verrà scritto nei decreti attuativi e se verranno confermate le anticipazioni per cui per i prossimi tre anni verrà data la possibilità di tarsformare il versamento al fondo in tfr in busta paga.  








Tfr in busta paga, i vantaggi e gli svantaggi

Costi e benefici dei provvedimenti del governo, che permettono ai lavoratori di incassare subito le quote della liquidazione



Fra pochi giorni, cioè dal 1° marzo in poi, milioni di lavoratori avranno la possibilità incassare sulla busta paga una parte del Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè le quote di stipendio (il 6.9% circa) che oggi vengono accantonate per la liquidazione. Tale misura, introdotta dal governo Renzi con l'ultima Legge di Stabilità, comporta per molti italiani un aumento dello stipendio, superiore spesso a 50-80 euro netti.


Tuttavia, il Tfr liquidato sulla busta paga costringerà anche parecchi lavoratori a subire un salasso fiscale. Ecco, di seguito, una panoramica sulle conseguenze di questo provvedimento.

Il peso delle tasse

Gli aumenti di stipendio ottenuti da chi si fa pagare il trattamento di fine rapporto sulla busta paga saranno soggetti alla tassazione ordinaria, cioè  all'irpef. Per chi ha un salario di appena 1.500 euro, per esempio, il peso dell'irpef su ogni euro in più guadagnato è pari al 27%. Per chi ha retribuzione di 2mila euro netti, invece, l'imposta applicata su ogni aumento nella busta paga è addirittura del38%. Si tratta di una tassazione assai meno vantaggiosa di quella che grava sullla liquidazione (il prelievo spesso non supera il 23-27%) o sulle pensioni integrative (9-15%). 


La liquidazione va in fumo (o si riduce)

Chi si fa liquidare subito una parte del Tfr deve inoltre essere consapevole del fatto che, optando per questa scelta, avrà una liquidazione più bassa quando cambierà lavoro, quando andrà in pensione o in caso di licenziamento improvviso. Ogni anno, le quote del trattamento di fine rapporto sono infatti accantonate e rivalutate secondo un tasso pari ai tre quarti dell'inflazione, più una quota fissa dell'1,5%.

Previdenza integrativa a rischio

Un altro aspetto importante da non trascurare è che una parte dei degli italiani (circa 3-4 milioni in tutto) hanno deciso di destinare il Tfr ai fondi e alle polizze della previdenza integrativa, con l'obiettivo di costruirsi una pensione di scorta in vista della terza età. Anche questi lavoratori potranno farsi liquidare il Tfr sulla busta paga. Se in molti decideranno di non versare più i propri soldi ai fondi pensionistici, i prodotti della previdenza complementare perderanno una montagna di risorse, con una conseguente diminuzione delle prestazioni erogate.Ovviamente, un lavoratore che destina meno risorse ai fondi pensione, avrà una rendita integrativa più bassa durante la terza età. Ecco, di seguito, il link a un articolo che spiega quanto si perde a fine carriera, sulla pensione complementare o sulla liquidazione.