domenica 19 luglio 2015

Poste, è schiarita. Garanzie per il recapito




Palazzo Chigi non se la sente di togliere posta e giornali a un italiano su quattro e così spunta una maxi compensazione che lo Stato è pronto a erogare per colmare eventuali perdite del servizio universale nel periodo che va dal 2015 al 2019. Renzi su questo punto, cioè sugli standard europei del servizio universale, ritiene giustamente che l’Italia non può fare figuracce. «Il servizio universale è una prerogativa fondamentale. C’è l’impegno del presidente del Consiglio con Poste affinché il servizio universale venga garantito ha riferito Antonio Funiciello, rappresentante del governo al tavolo sulla riforma dell’editoria» ci ha rivelato il presidente della Federazione italiana dei settimanali cattolici, Francesco Zanotti, ieri, uscendo dal Dipartimento editoria della presidenza del Consiglio. Il Messaggero aveva appena diffuso la notizia che il nuovo contratto di programma assicurerà a Poste Italiane lo stesso contributo del passato, prima cioè del taglio inferto dalla legge di Stabilità che aveva portato l’onere pubblico da 340 a 262,4 milioni, prevedendo un contributo straordinario di 89 milioni di euro. Questa somma sarebbe erogata in termini di compensazione dei maggiori costi prodotti dal servizio universale rispetto alla programmazione del piano strategico aziendale, approvato in dicembre e che prevede sia il dimezzamento del recapito per il 25% della popolazione italiana sia un robusto taglio degli uffici postali. Poiché tra queste innovazioni, una delle più dirompenti riguarda proprio la consegna dei giornali, nell’approvare il piano l’Agcom aveva auspicato che la società e gli editori trovassero insieme una soluzione diversa: ora il Governo ha trovato le risorse per risolvere il problema, anche se la soluzione non è ancora stata individuata.

La notizia non trova una conferma ufficiale da parte della società, che in questo momento sta concentrando tutti i suoi sforzi sulla privatizzazione d’autunno: l’ad Francesco Caio è a Londra per incontrare gli investitori. «A questo punto – commenta Zanotti – mi pare inevitabile un ridisegno dei tagli annunciati nei mesi scorsi. La ragione di questo ripensamento è politica e ci soddisfa: significa che il Governo ha compreso sia l’impraticabilità della strada indicata da Poste Italiane, che portava dritto verso una procedura d’infrazione, sia l’esigenza delle popolazioni di continuare ad avere un servizio di recapito davvero universale». Meno positive, ammette Zanotti, le altre notizie filtrate da palazzo Chigi sulla riforma dell’editoria: «se è vero che il Governo ha premuto sull’acceleratore e vuole concludere entro l’anno, crea grande incertezza sia la convinzione dei suoi consulenti che il tramonto della carta stampata sia inevitabile e, ancor più, il fatto che non sia ancora stato quantificato il contributo del 2014. Mi chiedo, a queste condizioni, quali aziende editoriali arriveranno vive al traguardo della riforma… Ma almeno sul fronte postale il cielo sembra più sereno». 

Come abbiamo documentato in questi mesi, il piano strategico che ha aperto la stagione della privatizzazione di Poste Italiane spa - la cessione della minoranza delle quote permetterà allo Stato di incassare 4 miliardi di euro - prevede robusti tagli di personale, la chiusura di centinaia di uffici postali, una riduzione d’orario in molti altri e anche l’introduzione della consegna a giorni alterni della posta e dei giornali nei Comuni in cui questo servizio non fosse remunerativo per la società. Il dimezzamento del servizio, secondo il programma di Caio, può interessare fino al 25% della popolazione italiana. Poiché questo progetto ha suscitato durissime reazioni da parte della Fieg, della Fisc, di singoli editori (come la Nei) e soprattutto delle popolazioni potenzialmente interessate, quelle cioè che risiedono in aree marginali del Paese, la «compensazione» riconosciuta a Poste Italiane all’interno del nuovo contratto con lo Stato dovrebbe servire anche a evitare questa riduzione unilaterale del servizio universale, che è contestata a livello europeo: un’interrogazione dell’eurodeputato David Sassoli ha chiamato in causa la Commissione europea che sull’argomento non ha mai autorizzato l’Italia a derogare al principio del servizio universale e che comunque non sembra intenzionata a concedere una deroga talmente ampia, che taglia fuori un cittadino su quattro. 

Il nuovo contratto impegnerebbe esplicitamente Poste Italiane a osservare gli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea e le parole di Zanotti confermano che proprio la prospettiva di incorrere in un’infrazione europea - aborrita da Renzi avrebbe convinto il ministero dello Sviluppo economico a cercare una via d’uscita che permetta a Poste Italiane di mostrare agli investitori un bilancio in ordine, malgrado le perdite maturate in questi anni, senza dover ricorrere a tagli draconiani del servizio di recapito della posta e dei giornali. Nell’attesa che le Commissioni parlamentari e l’Agcom esaminino il testo e di comprendere il meccanismo esatto della compensazione, si discute anche del piano di tagli che riguarda la rete degli uffici postali: secondo il contratto la società “potrà” discuterlo con le autorità locali ma l’ultima parola spetterà solo all’Agcom. Nel caso di una razionalizzazione, riporta il Messaggero, «a seconda della densità di popolazione, gli uffici postali apriranno tre giorni per ogni settimana con un tetto di 18 ore, oppure due giorni con un tetto di 12 ore».

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